M’emoziona, non m’emoziona… – di Fortunato Gatto

aaa

No, non é la citazione di una poesia, ma bensí una delle frasi piú abusate nella fotografia attuale. Un tempo era contenuta all’interno della disamina personale di un’immagine, oggi, invece rappresenta l’intera disamina. Quasi a volersi vantare di essere un like piú filosofeggiante, ma che di fatto si attesta sullo stesso valore. E cosa dire di coloro che hanno appena cominciato a fotografare, i quali piuttosto che presentarsi con un bel “suggerimenti e critiche sono ben accetti”, annunciano con toni altisonanti “I am pleased to announce…”, ma com’é possibile che abbiano giá vinto ancor prima di cominciare? Dov’é finita la critica nella fotografia? Quel sano confronto che ci spingeva a migliorare pare sia stato annientato dall’avvento dei social media. Siamo tutti troppo impegnati a coltivare la nostra celebritá, il successo. Il quale per essere conseguito necessita inevitabilmente (sui social media) l’inseguimento di uno stereotipo. A meno che non si abbia l’astuzia di crearne uno…ma non voglio divagare su questo discorso. Piuttosto attraverso questo breve scritto, mi piacerebbe condividere le mie perplessitá relativamente all’assenza di confronto.

Come e dove posso carpire il valore dei miei lavori? Se oggi, vai al di fuori di quello stereotipo roboante, fantasy, et similia, rischi di essere etichettato come quello che “non m’emoziona…”. Possibile che non si possano introdurre argomenti come l’estetica? No, non c’é bisogno di un critico d’arte per andare oltre l’ennesima frase di circostanza, basta avere la voglia di parlare di Fotografia, perché per esempio, l’estetica dovrebbe essere uno dei concetti basilari, quanto la composizione, e le emozioni che un’immagine é in grado di suscitare.

Qualcuno é forse convinto che siano i concorsi il vero momento di confronto? Ne siamo certi? Bene, allora domani Pippo investe 1000mila, fotografa le gru ad Hokkaido, i macachi giapponesi, e poi sta in Islanda qualche mese a fotografare Aurore e paesaggi, oppure cerca il prossimo grande vulcano in eruzione. E’ chiaro che i mezzi in un contesto simile sono fondamentali, ancor piú che le reali capacitá e talento di chi sta dietro la fotocamera. Non penserete di presentarvi ad un concorso (di quelli noti) con un topo ragno o peggio ancora con un paesaggio ripreso da Lavagna (con tutto il rispetto per questo bel paese)? Allora, ripeto la domanda. Possono essere i concorsi il vero momento di confronto? Si, ma solo in quella piccola porzione che vede premiata in maniera disinteressata l’effettiva bravura di un fotografo. La realtá é che il contest lo puó vincere anche il piú “scarso”, ma si sa, con mezzi, conoscenze e nomea s’imbocca una vera e propria autostrada verso il successo mediatico.

Nel frattempo, continuo a strappare petali di margherita…”M’emoziona, non m’emoziona”, questo é il dilemma (adesso assume toni sempre piú Shakespeariani). Come risolverlo? E sopratutto c’é veramente bisogno di risolverlo? Ad alcuni probabilmente non interessa, in quanto troppo abbagliati dalle luci dei loro stessi bagliori, pronti a salire sul palcoscenico virtuale a qualsiasi costo. Io ritengo invece che la condivisione che ha alla base l’intento discutere di ció che rende speciale o meno un’immagine sia assolutamente fondamentale. Tornare a discutere di Fotografia come si faceva una volta, cercando possibilmente di avere nel proprio bagaglio culturale le basi del “bello”. Perché non scordiamoci che la fotografia puó anche essere associata all’arte. Le cromie, le composioni e l’estetica sono fattori che non s’inventa nessuno oggi. Esistono da secoli, se n’é sempre parlato e se proprio non sappiamo cosa dire, pronunciando la solita ed ennesima filastrocca emozionale (che serve, ma non puó essere sempre la stessa, pronta ad essere riciclata per ogni occasione), cominciamo a parlare seriamente di Fotografia, studiandola magari…

Fortunato Gatto | Team Dreamerlandscape

Related Entries

21 comments on “M’emoziona, non m’emoziona… – di Fortunato Gatto”

  • pino magliani

    Qualche giorno fa rivedevo un’intervista a Gianni Berengo Gradin, amato Maestro della fotografia, anche se discutibile in alcune sue sfaccettature a mio avviso. Pero’ in questa intervista diceva una cosa molto giusta: fare distinzione tra una bella fotografia ed una buona. Ormai nella fotografia naturalistica si cerca solo di fare la bella foto. Che cosa è la foto bella? Quella che rispetta tutti i canoni della bella foto: composizione, luce, colori e mettiamoci pure spettacolarità.

    Insomma le foto di 500 pixel.

    A cosa servono ‘ste foto? All’ego del fotografo? Sicuro. All’occhio dell’osservatore che si stupisce quei 15 secondi quando è tanto ma che poi passa inesorabilmente avanti alla ricerca della prossima foto ‘WOW’? Mah forse. Certo pero’ è che ne siamo invasi.

    Poi ci sono le foto buone: quelle che dicono qualcosa. Ovvio che se poi sono belle e buone allora la cosa diventa interessante, ma mi accontenterei anche della foto buona e basta di questi tempi.

    Io non sono cosi’ sicuro del valore dell’estetica nella fotografia. Certo è importante ma non corriamo il rischio di scimmiottare la pittura? Tutto è già stato fatto, che senso ha riproporlo fotograficamente?

    Perchè non concentrarsi sul messaggio che puo’ dare una foto? E non dico del messaggio che è scritto sotto a mo di didascalia.
    Ci sono dei noti blog che pubblicano una foto al giorno. Certo non è facile trovare una foto buona al giorno. Una bella si (neanche sempre), ma quella buona no.

    Come faccio a capire se è bella o buona? Se devo leggere la didascalia allora è bella, se non devo leggere è buona (poi ci sono quelle che non si capisce neanche con la didascalia…. ma è un discorso a parte).

    Tutto questo lo dico nella massima umiltà conscio che nel mio porfolio ci sono tante (spero) foto belle e poche foto buone.

    Cerchiamo di ridare un senso alle nostre foto.

  • Fortunato Gatto (author)

    Ciao Pino,

    sono d’accordo con quanto hai scritto. Attenzione a non cascare nel classico luogo comune, per cui la Fotografia debba solo essere un messaggio scientifico. Persino nella Fotografia Naturalistica, la parte estetica puó aiutare chi ha poca conoscenza a vedere un soggetto sotto un altro punto di vista (quello giusto magari…). Oltretutto l’estetica, non é presente solo nella pittura, ma in qualsiasi forma d’arte, tra cui la scrittura e la musica. Per quale motivo la Fotografia dovrebbe essere fuori da questo discorso? Ti faccio un esempio, basterebbe studiarsi la ruota dei colori per comprendere che esistono dei colori (in Natura) che se messi insieme raggiungono una potenza visiva piú o meno elevata. Il messaggio é fatto anche di estetica.
    In ultimo, non é sempre necessaria una laurea in scienze della Natura per raccontare qualcosa, basta il buon gusto, ma aimhé anche questo ha bisogno di avere delle basi solide. 😉

  • Fiorenzo Carozzi

    Consolidata la tecnica, oramai alla portata di tutti i milioni di fotografi paesaggisti, per emergere con scatti degni dell’attenzione del pubblico (soprattutto del popolo del web), tra gli elementi che fanno una fotografia (location, soggetto, luce, composizione) si tende sempre più ad enfatizzare il valore del primo, la location, o meglio la ricerca ossessiva della location famosa e straordinaria. Spesso, gli scatti eseguiti in questi luoghi sono ricchi di colori e di luci speciali e non può che essere così: trovarsi al tramonto o all’alba al Bryce Canyon o a Jokulsarlon o a Castelluccio di Norcia, con una buona attrezzatura da paesaggista e con una buona luce non può che portare ad una fotografia spettacolare. Gran parte di queste fotografie scattate in luoghi famosi, sono molto simili tra loro e prese tutte con la stessa angolatura, quella dello “scatto originale”, realizzato dal grande paesaggista. Si assiste insomma ad una omologazione degli scatti che, alla fine, non trasmettono più alcuna emozione all’osservatore. La voce del fotografo che dovrebbe essere fatta di luce e composizione, si trasforma in un balbettio ripetitivo di immagini già viste, dove è “il luogo” a primeggiare e non la fotografia. A questa tendenza non si sottrae nessuno o, almeno , personalmente non mi sono accorto che si sottragga nessuno (incluso lo scrivente, ovviamente). E’ un destino segnato, quasi senza ritorno. Qualche spunto di riflessione per uscir da questo cul-de-sac : ritornare all’essenza della fotografia che trovo magistralmente riassunta dal “Point of return” (il ritorno a casa) di Joe Cornish, dalle tre grandi categorie estetiche di David Ward: cercare la semplicità, infondere il senso del mistero, catturare la bellezza e dal senso etico della fotografia espresso da Ernst Haas ” the photographer must do the giving in order to transform and transcend ordinary reality. The problem is to transform without deforming. He must gain intensity in form and content by bringing a subjective order into an objective chaos”.

    • Fortunato Gatto (author)

      Esattamente Fiorenzo. Si sceglie quasi sempre la via piú facile per ottenere consensi. Indi per cui si evince che non vi é alcun bisogno di confronto dato che la Fotografia diviene un mero mezzo per gonfiare il proprio ego. Il social media é decisamente il contesto ideale per chi (molti) ha questo target. Peró Fiorenzo (e qui ti lancio una provocazione), nel momento in cui ammetti che tu stesso agisci in un determinato modo, per quale motivo non dovrebbe esserci una via per tornare indietro?
      Contrariamente bisogna fare un’ammissione, non c’é interesse in quello che fotografiamo, ma in quello che vogliamo diventare.

  • Roberto Marchegiani

    L’interessante articolo di Fortunato, poi approfondito dalle ottime considerazioni di Fiorenzo, pone due interrogativi: come riconoscere una foto bella ed emozionante (nel bailamme delle centinaia di foto che ci bombardano nei social e nei vari 1x 500px ecc.) e come uscire dalla massificazione delle foto ripetitive, quasi tutte uguali ?
    Nell’ambito della fotografia di paesaggio che è quella che ci interessa, perché in altri generi la risposta è più semplice, come nella street dove la massificazione delle foto tutte uguali è più difficile.
    Perché le grandi categorie estetiche poi le conosciamo tutti, un po’ più difficile ottenerle (certo manco si prendono in considerazione obbrobri kitcs stile 500 pizze), molto, molto difficile ottenere una foto “strepitosa” perché purtroppo oramai non ci “accontentiamo” più di una “buona foto”, oggettivamente tutti cerchiamo la fotona e sarebbe ipocrita non ammetterlo.
    I concorsi (quelli veri, quelli internazionali) a mio parere contano eccome, non sono d’accordo con Fortunato su questo. Il maggior discrimine per riconoscere una foto strepitosa da una buona è proprio il concorso internazionale serio, e la qualità del fotografo oltre che dai numero di concorsi che vince si vede anche dalle pubblicazioni e dalle foto che vende. Come nell’arte del resto.
    E non sono neanche d’accordo che basta “investire” ed andare in location di sogno, perché se uno è una capra non farà mai foto significative (strepitose) neanche dopo anni di permanenza in location da sogno.
    Perché il rischio è quello segnalato giustamente da Fiorenzo, con la “democratizzazione” delle location wild pure inflazionate con i workshop low cost e relative mandrie di fotografi, unite al socialismo fotografico del digitale, vengono fuori tutte foto “uguali” che anche se belle oramai non emozionano più, non hanno più nulla da dire perché viste e riviste.
    E quindi non verranno prese in considerazione (giustamente) nei concorsi. Quindi il macaco giapponese che fa il bagno non emozionerà più, così come l’ennesima foto del Kirkfuell con le tre cascatelle sotto, che se ha vinto nel 2011 il concorso “asferico” categoria paesaggi oggi non emoziona più nessuno. Perché ne esistono a centinaia.
    E allora che si fa ?
    Secondo me bisogna investire tempo in ricerca, camminare molto, guardare, osservare, sviluppare idee nuove, cercare, oltre ai “canoni estetici” l’originalità, lo scatto nuovo, cercare e sviluppare proprio progetto, un’idea. E su questo siamo soli, non ci aiuta nessuno.

    • Fortunato Gatto (author)

      Roberto, invece potrei farti molti esempi di chi spende e spande, conquista i famosi concorsi internazionali di cui parli, ma secondo il sottoscritto (e non solo) sono tutto fuorché dei fenomeni . Il motivo é molto semplice. Inanzitutto i concorsi non sono la Bibbia. Giusto per farti un esempio lampante, fatti un giro nelle gallerie delle ultime 5 edizioni del Veolia, categoria paesaggio. Si vedono quasi sempre foto dell’Islanda, Namibia, et similia, premiate a ripetizione. Questo significa che i concorsi oltre ad avere degli stereotipi, ne stanno pericolosamente creando a loro volta. Ma secondo te tutti vanno ad Hokkaido a fotografare le gru perché tutto d’un tratto é sbocciato l’amore per la Natura? O ancora l’orso che acchiappa il salmone. Se ami la Natura e sei una grande Fotografo puoi anche documentare la vita del’ex pantegana dei navigli…Sono tutti esempi che a pié di pari possono essere accostati alle blasonate location paesaggistiche di cui sopra.
      Non scordiamoci comunque che qui si parla di confronto. Questo manca, credo sia innegabile, ma ció che credo sia realmente stata la miccia che ci ha portato alla situazione attuale é quel processo di democratizzazione che l’arte e la stessa fotografia stanno subendo da anni, tramutatosi oggi, con l’avvento dei social media in Anarchia totale.

  • Alfonso Morabito

    Condivido ogni tua singola parola Fortunato Gatto. Spesso mi fermo a riflettere su quello che è diventata la fotografia di paesaggio oggi… siamo cresciuti sui forum, dove ci si “incontrava” ci si “scontrava” ma si cresceva insieme, con umiltà e sopratutto ascoltando chi aveva più esperienza, pendendo dalle sue labbra e provando e riprovando sul campo per non commettere errori.
    Adesso grazie ai social vedo gente piena di se, che condivide spazzatura e vedo altrettanta gente che elargisce like senza capire che alimenta in modo sbagliato l’ego di chi posta una foto.
    Non c’è senso autocritico, non c’è ricerca della luce, non c’è attenzione nella composizione… l’importante è stupire! Chi se ne frega se devo incollare una tromba d’aria, un sole, un arcobaleno o un’aurora boreale, l’importante è essere “famosi”!
    Essere compiaciuti nel postare una foto che riceve millemilalike da persone che di fotografia non ne capiscono una cippa… ma al primo che ti muove una critica scatenano un putiferio! Insultandolo, minacciandolo, bloccandolo…
    Questa è diventata la fotografia di paesaggio oggi! Una corsa a chi “grida” più forte… quando invece dovrebbero sapere quanto è bello e prezioso il silenzio…

  • Paolo Boschetti

    Le considerazioni fin qui fatte mi portano a formulare in maniera provocatoria (ma fino ad un certo punto) una domanda che mi frulla in testa da un pò: e se la fotografia paesaggistica/naturalistica avesse un proprio limite espressivo intrinseco? E se tutte le critiche mosse negli interventi precedenti derivassero proprio da questo limite? Si sa che negli ambienti dei circoli fotografici FIAF il fotografo paesaggista viene generalmente ignorato, per loro LA FOTOGRAFIA è altro: è raccontare una storia, un disagio sociale o personale, meglio se in bianco e nero. Fai foto di paesaggio? Ah, ma quelle son buoni tutti a farle, son tutte uguali, non emozionano…
    Va a finire che hanno ragione loro…
    Un saluto da un paesaggista in crisi.

    • Fortunato Gatto (author)

      Ciao Paolo,

      quello che introduci é un discorso molto complesso. Se parliamo di Paesaggio e Natura, credo che noi italiani storicamente, non abbiamo mai sviluppato un grande interesse nei confronti dell’ambiente che ci circonda. Giusto ora ci affacciamo in massa, ma credo sia piú che altro l’ennessimo appiglio per gonfiare il proprio Ego. Mi sento invece di dissentire con chi reputa un genere fotografico meno espressivo dell’altro. Sono semplicemente diversi e pertanto hanno anche dei criteri che li distinguono. Chi dice il contrario si arroca dietro un integralismo che nel 2015 sa tanto di muffa.

      Ti auguro di scacciare la crisi!

      Fortunato

  • stefano

    Se penso che è stato chiuso un forum perchè si discuteva di fotografia mi viene da sorridere! :-) :-) :-)
    Parlare di fotografia signifiica in primis accettare le critiche, ne siamo pronti? Io dico di No.
    Altro problema, facciamo la foto che piace a noi o quelle che ti fanno ottenere più like possibili? 90% vince la seconda 😉
    Il vero problema sono i social e i concorsi, dove questi ultimi non sanno guardare oltre alla normalità della moda.
    È un discorso senza fine, troppe variabili soggettive.
    Ciao cari :-)
    Ste

  • Samuel Pradetto

    Troppe variabili soggettive.
    Concordo! La fotografia per me è arte, almeno ho sempre cercato di creare immagini astratte, diverse. Ma la fotografia è troppo dico troppo soggettiva e per quanto questa parola possa essere fastidiosa è la cruda realtà. Io ho sempre pensato che per entrare al Veolia bisognasse crescere e diventare un ottimo fotografo per varcare quei territori ma purtroppo con il tempo il mio pensiero è un po cambiato. Se prendiamo l’immagine vincitrice dell’anno scorso penso proprio che molti di noi ne avrebbero da dire ma come dicevo prima o come scriveva giustamente Stefano ci sono troppe variabili soggettive.
    Questo è il bello della fotografia.

    • Fortunato Gatto (author)

      Sam, non é questione di definire oggi se la Fotografia possa essere Arte o meno, questo é stato fatto circa 150 anni fá. E non si tratta nemmeno di un giudizio sui concorsi, ma piuttosto di capire quali siano oggi i riferimenti nella Fotografia attuale. Basta un like per dire se una fotografia é valida o meno? Esiste ancora un confronto? Ci sono le basi per farlo (oh, quanto meno devo sapere di che parlo!)?

  • Leonardo Battista

    Semplicemente For non ci sono dei veri e propri riferimenti o meglio ci sono spunti da seguire da parte della massa. Infatti il termine giusto è massificazione( più che democratizzazione e anarchia) che da più di un secolo sta annichilendo l’arte e tutto ciò che gli è complementare. Credo che queste dinamiche siano piuttosto legate a quei fenomeni socioculturali in cui l’esperienza estetica,l’estro del genio, è utilizzata come forma di comunicazione non razionale ma carismatica per coinvolgere e il pubblico. In riferimento all’arte un tempo si considerva un opera d’arte solo sulla base della sua unicità. Oggi tuttavia non ha senso parlare di copia o di falso sebbene è sotto gli occhi di tutti che il processo creativo di ogni singolo artista o fotografo passa attraverso gli occhi di qualche precedente creatore d’opera. Credo che stiamo vivendo un periodo di stallo dovuto principalmente all’immaturità culturale di questi tempi. Tutto deve consumarsi come una tazza di caffè

  • Leonardo Battista

    In merito ai concorsi mi sento di dire che buona parte di questi ormai sono caduti nella trappola d’irretimento del mercato, ragione per cui devono strizzare gli occhi a quelle mode che spesso rendono poco attraente la fotografia dal punt di vista scientifico.

  • Canclini Giovanni

    Buongiorno a tutti.

    È fuori dubbio che tutto ciò che è connesso al mondo dei social, abbia oggi assunto un ruolo importante. Abbiamo degli strumenti potenti che ci permettono di essere in contatto immediato con tutto e tutti. Ma l’uso che ne facciamo è sbagliato, distorto e a tratti malvagio…

    Perché malvagio?

    Vi faccio un esempio molto semplice, collegato sia al mio mondo lavorativo (ristorazione), sia al vostro mondo fotografico, mondo con il quale nutro un rapporto intimo e tale rimarrà (sia chiaro, non mi reputo né un fotografo ne un’artista).
    Nella ristorazione esistono ad esempio siti come tripadvisor, luoghi nei quali grazie all’anonimato si può dire tutto quello che si vuole, senza aver la minima conoscenza del settore. Gente che si autoproclama “gourmand”, ma che non sa nemmeno cosa sia un fondo Bruno, un Jus de Paris, un processo di maillard.
    Gentaglia, così mi sento di chiamarla. Gentaglia che non sa distinguere una fesa da una sottofesa oppure una scamone da un filetto … Tanto al loro palato è carne rossa, dura oppure morbida. Mi ritrovo con recensioni inferiori rispetto a ristoranti che sono pessimi, che non effettuano ricerca, che da anni presentano la stessa squallida proposta… Ma non mi importa.

    Ma Perché parlo di cucina e fotografia? Semplice, anche se sono due mondi completamente diversi, vengono entrambi distrutti dal fenomeno “social”.

    Mi spiego meglio:

    Ad esempio, nella composizione dei piatti, la regola dei terzi ha una sua importanza, serve a creare un piatto tanto quanto nella scelta degli ingredienti oppure dei colori. Esiste anche nella cucina un fattore estetico, ma questa ricerca e questo studio la gente non lo percepisce, preoccupata a riempirsi lo stomaco per nutrirsi, perde ogni minima percezione di quello che sta mangiando e rimane affascinata da una bistecca gigante di brontosauro. E allora tanto vale fornirgli un panetto di burro e del pane.
    Oltre a questa immensa voglia di riempirsi lo stomaco hanno degli strumenti per giudicare e per sentirsi importanti… Il like o la recensione. Perché nel loro mondo, se una cosa piace a loro deve piacere per forza di cose a tutti, in fondo a chi importa se dietro a quello che mangiano ci sono anni di studio e di sacrifici, il loro like è parola divina, il loro ego è qualcosa di importante e sacro….

    Questo è il mondo della ristorazione oggi… E bisogna in qualche modo conviverci…

    Per quanto riguarda Il mondo dell’arte fotografica, da quanto mi pare di capire, sta succedendo quello che è capito alla ristorazione già da qualche anno… La gente segue la massa, si nutre in questo caso solo di fotografia “wowchespettacolodilucefotonicaTolkien”… E non sa distinguere, anche in questo caso, l’improvvisato da chi nella fotografia cerca un progetto artistico.

    Non è assolutamente legato ai like il valore di un progetto, nemmeno ad un rating dato da chissà chi. Voi nel caso della fotografia ed io nel caso del mio mondo, non dobbiamo assolutamente porci i problemi del like oppure del rating. C’è un problema di fondo che proviene da una tipica mentalità aldel “politically correct”, del tutto che deve essere democratico;

    La democratizzazione del tutto la definisco.

    Uno vale uno è l’abominio più spaventoso mai uscito dalla bocca delle persone. Se una persona non ha competenze non vale un cazzo. Punto. Mettete un pastore in una sala chirurgica a fatevi operare di cuore, poi mi dite se uno vale uno. Mettete una persona a fare foto e guardate se esce un artista, mettete una persona dietro ad una cucina professionale e vediamo cosa sa fare il “Masterchef”.

    Il mondo dei like è stupido, banale, arrogante e crudele proprio per questo. Toglie a chi ha veramente le capacità, l’energia necessaria per creare cose ancora migliori.

    E anche in questo caso, come nel caso della ristorazione dobbiamo farci i conti….

    Subentra quindi una questione di scelte. O si fa la scelta di sfondare nei like per vendere workshop e dare in pasto alla gente il nulla (e comunque non diventi ricco con i workshop), oppure bisogna andare contro corrente per entrare in disaccordo completo con la maggioranza, per creare sopratutto quello che non piace, uscendo dagli stereotipi che tanto rendono sicuri chi si erge a giudice divino. Creare quella che si chiama arte attraverso una innovazione di stile, in pieno disaccordo con quello che è stato fatto fino ad ora. Chi riesce a fare questo sarà riconosciuto come artista, altrimenti con molta umiltà e dignità dovrà considerarsi un fotografo valido che almeno ha provato a cambiare qualcosa.
    Oppure nel peggiore dei casi un venditore di fumo.

    Giovanni Canclini.

    • pino magliani

      Giovanni…che dire? La tua analisi non fa una grinza.

      Resta solo l’amarezza nel pensare che, e scagli la prima pietra chi non l’ha mai fatto, nel mondo dei social tutti noi abbiamo giudicato qualcosa senza avere le competenze per farlo (l’esempio di Tripadvisor è calzante).

      Dovremmo limitarci ad usare questi stumenti in modo piu intelligente.

      • Canclini Giovanni

        Hai pienamente ragione.

    • Andrea Pozzi

      Ho un Amico davvero intelligente.
      Grazie per l’analisi Joe, hai illustrato alla grande la situazione.

      Andre

    • Roberto Marchegiani

      Giovanni, sono sostanzialmente d’accordo, soprattutto sul fatto che uno non vale uno in nessun settore.
      Però nella ristorazione le stelle funzionano, io non ho mai mangiato male in ristoranti con due o tre stelle Michelin.
      Un grande cuoco è anche un sommo artista, fa ricerca, scopre nuovi accostamenti e sapori, i colori e l’estetica nella presentazione del piatto (fondamentale).
      E giustamente si deprime quando trova il cliente che vuole la cofana di pasta o gli ordina il vino palesemente sbagliato.

  • Roberto Marchegiani

    Poi è inevitabile che tutti commentano.
    Anche gli incompetenti.
    È uno sport nazionale, e ci sta pure che l’artista (quello vero) possa rispondere “sutor, ne ultra crepidam !” o una cosa del genere.
    Così pure ci sta che quando qualcuno fa una critica fondata (magari proprio sull’abc) il presunto artista gli risponde in maniera piccata “difendendo” il suo capolavoro !
    Tutti questi meccanismi per me precludono anche ogni possibilità di crescita. Per me i feedback, le critiche e anche le stroncature sono fondamentali, poi sta alla sensibilità ed alla cultura di ognuno poter attribuire alle stesse il giusto peso.

  • Luca Libralato

    Condivido per buona parte il tuo pensiero Fortunato e condivido molto il commento di Giovanni soprattutto sul punto “uno vale uno”.

    Io credo che in tutta l’analisi, tra articolo e commenti, siano stati colti ed evidenziati un po’ tutti i punti, ma forse è stata data troppo poca attenzione all’aspetto economico.

    Mentre tempo fa la fotografia era ritenuta più un’arte ed una scienza (senza entrare in un labirinto, mi fermo qui…) oggi non si può negare che sia un bene di consumo di massa e per questo coinvolta in tutti gli aspetti economico/commerciali.

    Illudere con “successo facile” grazie al concetto già menzionato “dell’uno vale uno”, chiaramente rende determinati obiettivi (per quanto vacui e superficiali) alla portata di tutti. E’ vero che grazie a questa estrema velocità sociale in cui viviamo vengono date possibilità anche a chi anni fa non ne avrebbe potuto avere, ma è ben più rilevante invece il fenomeno che segnalate… e che lo vogliamo o no è guidato molto da interessi economici. Diversi anni fa, se non eri davvero bravo era difficile avere visibilità, oggi invece grazie ai soldi è molto più facile. Oggi è relativamente semplice fare foto (termine generico, non con la F maiuscola): costi bassi, automatismi che migliorano la resa delle foto, semplicità nel gestire l’intero processo creativo (scatto, sviluppo e stampa, anni fa erano spesso tre mestieri diversi…). Questo porta un sacco di soldi nel mondo della fotografia e chi ci lavora offrendone i supporti (macchine, obiettivi, stampe, concorsi, siti vetrina, workshop, corsi, etc.) ha bisogno di puntare sulla massa per guadagnare. Questo chiaramente esaspera il meccanismo che voi lamentate.

    Ora però, penso che tra tutti i commenti siano stati colte le ragioni di questo che segnaliamo… ma come si fa a risolvere?

    Io nel mio piccolo gestisco un forum frequentato forse da dieci persone in tutto, organizzo periodicamente uscite fotografiche con amici, chiamo al telefono gli amici fotografi con cui mi confronto, mi scambio raw e foto per email per avere consigli e/o giudizi, leggo tantissimo su riviste, siti, libri… cosa altro posso fare?

    Sono poche le persone che sono disposte ad un confronto, proprio perché tra ego smisurato e relativa semplicità di avere una vetrina la maggioranza sceglie la strada più semplice. In economia si studia questo fenomeno ed ha un termine ben preciso… si chiama selezione avversa, che è un concetto simile alla selezione naturale, ma in negativo. I social stanno selezionando tutte quelle persone che sono più “veloci”, ciascuno di noi li usa per comodità e per velocità, ma alla lunga ci manca qualcosa. I forum che a mio avviso erano importantissimi, hanno perso utenti e confronto. I concorsi non sono più attendibili perché troppo influenzati dagli interessi economici. Si ritorna quindi alle basi del contatto diretto di fiducia e non massificato quando si vuole un confronto costruttivo (almeno io ci provo…).

    Se conoscete “luoghi” virtuali e non dove esiste un confronto costruttivo e nessuno impone la propria “visione” come una scelta di fede, mi farebbe piacere conoscerli.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

67 + = 75

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Andrea Pozzi

Autunno Scozzese

Fortunato Gatto

Gargano

Inverno scozzese

La piana

Leonardo Battista

Luca Giustozzi

Orchidee del Gargano

Pianeta Etna

Plitvice

Pollino

Salvo Orlando

Samuel Pradetto

Siberia

Sibillini

Storni in stormi

Tre Cime di Lavaredo

Vincenzo Mazza